Virginia di Castiglione “La più bella spia del secolo” – Federico Prizzi

Virginia Verasis di Castiglione, conosciuta anche come la Contessa di Castiglione, è sicuramente uno dei personaggi femminili centrali del nostro Risorgimento insieme a donne altrettanto famose come la brasiliana Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (ovvero Anita, la moglie di Garibaldi), Cristina Trivulzio principessa di Belgioioso, Enrichetta Caracciolo, Adelaide Cairoli, Giuditta Tavani Arquati, Porzi Antonietti Colomba, Clara Maffei, Antonietta De Pace, Enrichetta di Lorenzo e l’inglese Jessie White. Come queste donne, Virginia si muove in un’Italia che doveva essere ancora unita, ma nella quale, tra Firenze e La Spezia, poté crescere in un ambiente patriottico e aristocratico che la segnò per tutta la vita. Fu, però con gli eventi successivi alla partecipazione italiana alla Guerra di Crimea (1855), voluta da Cavour, che si inquadra il ruolo storico-politico di Virginia nel Risorgimento. Soprattutto, con la partecipazione italiana al Congresso di Parigi, nella Primavera del ’56, e la volontà dello statista sabaudo di avere in quella occasione la possibilità di ottenere da Napoleone III un suo intervento in favore del Piemonte contro l’Austria. Intervento questo, necessario per la liberazione del Lombardo Veneto vero e proprio primo passo verso l’unità d’Italia.

Pertanto, Cavour propose nel 1856 a Virginia di sedurre l’Imperatore di Francia per ottenere che il Piemonte sedesse al tavolo della Pace che seguiva alla Guerra di Crimea. Aggirando, in questo modo, gli ostacoli posti ai progetti piemontesi da Austria, Prussia e Gran Bretagna.

Tuttavia, non fu solo un’operazione d’alcova.

Virginia Oldoini, sebbene avesse solo 19 anni e fosse considerata una delle donne più belle d’Europa, sapeva muoversi negli ambienti della Diplomazia. Inoltre, era un’aristocratica con conoscenze a Parigi, parlava cinque lingue e aveva un’attitudine naturale a fare la spia.

Il ruolo dell’agente segreto svolto da Virginia lo si può storicamente inquadrare tra il 1856 e il 1859, cioè dalla fine della Guerra di Crimea alla fine della Seconda Guerra di Indipendenza. La Contessa di Castiglione, a differenza di altre patriote italiane, non operò nei salotti letterari della penisola, noti luogo di scambio per le informazioni, o in una redazione clandestina, ma sul campo e in territorio straniero: ovvero, sul “Fronte Occidentale”. Una sorta di contraltare operativo al Colonnello Giuseppe Govone, considerato oggi il padre del Servizio Segreto Militare italiano, che in quel tempo si trova a organizzare la rete informativa piemontese contro l’Austria sul “Fronte Orientale”.

Tra le altre cose, Virginia fu tra le prime spie del Servizio Segreto del Ministero degli Esteri del Regno di Sardegna, nato nel 1854 per volere di Cavour, e da lui in prima persona coordinato in diverse occasioni.

É certo però che, a quel tempo, Virginia non fosse la sola spia “in gonna” di Cavour, ma fu indiscutibilmente la più celebre.

Altra donna di spessore impiegata dalla “Volpe piemontese” fu la contessa Paolina di Rasini, anch’essa inviata all’estero per i Savoia. Inoltre, nel “harem” del Conte si potevano annoverare anche Maria Camera di Salasco e la famigerata Maria Letizia Studolmina Wyse Bonaparte. Tutte donne queste, al servizio di quell’ideale Risorgimentale che troverà come ultima epigone femminile Luisa Zeni, irredentista trentina, Medaglia d’Argento al Valor Militare nella Quarta Guerra d’Indipendenza (1915-1918).

Prima del suo trasferimento a Parigi, Virginia venne personalmente istruita dal Generale Cigala, poi, per alcuni giorni un funzionario del Ministero degli Esteri, tale Brèmontier, esperto di crittografia, si recò da lei per istruirla nell’uso del codice cifrato col quale, da quel momento in poi, in tutta segretezza, avrebbe comunicato con Cavour.

Sembra che un terzo funzionario sabaudo abbia provveduto a istruire Virginia all’uso del linguaggio cifrato: Alessandro Negri di Sanfront, ufficiale dei Carabinieri Reali ed eroe di Pastrengo (1848).

Imparò così non soltanto i primi rudimenti dell’arte diplomatica, ma anche a servirsi con perizia di un codice cifrato usato dai diplomatici per le comunicazioni più riservate.

In modo particolare, venne istruita all’uso dei “libri codice”, dei “cifrari” e delle “chiavi”, ma non sembra anche a quella della “crittoanalisi”. Ovvero, dello studio dei metodi per ottenere il significato di informazioni cifrate, senza avere accesso diretto all’informazione segreta, la quale, di solito, è richiesta per effettuare l’operazione.

Certamente, il suo addestramento fu facilitato dalla sua naturale grafomania, tanto è vero che sviluppò in seguito, anche per i suoi diari personali, un vero e proprio codice segreto crittografico. Una donna intelligente e creativa, pertanto, che ricorda la patriota risorgimentale Bianca Milesi che inventò nel 1821 la “carta stratagliata”, sistema per le comunicazioni fra i congiurati carbonari milanesi.

Fu così che, parzialmente stipendiata dai Servizi Segreti piemontesi, si trasferì a Parigi dove con le amicizie del proprio padre, molto introdotto nei salotti parigini, del marito e soprattutto grazie alla promozione mondana fattale da Cavour, Virginia trovò subito aperte tutte le porte del bel mondo.

La Castiglione era bellissima, molte sono le fonti concordi su questo, così come lo dimostrano i suoi ritratti dell’epoca, ma la sua bellezza trovò già predisposta un’ottima cassa di risonanza nella straordinaria reputazione creatale dal geniale statista. Cavour, infatti, con uno stratagemma antesignano delle moderne tecniche di Guerra Psicologica, aveva saputo abilmente creare una leggenda alla quale tutti rimasero soggiogati.

Grazie alla sua copertura, Virginia poté più facilmente consegnare messaggi riservati, corrispondere, andare e venire liberamente tra la Francia e l’Italia, talvolta scavalcando il protocollo diplomatico ed esponendosi al rischio di serie inimicizie fra i diplomatici stessi.

Tuttavia, dopo pochi mesi, portò a termine la sua missione.

Grazie alle simpatie di Napoleone III per l’Italia, l’8 Aprile, durante una seduta suppletiva, il sovrano francese richiamò l’attenzione dei partecipanti sul problema italiano. Cavour denunciò apertamente gli abusi operati dall’Austria in Italia, in aperta violazione degli accordi del Congresso di Vienna, con l’occupazione, sia pure a carattere temporaneo, di alcuni ducati italiani e di parte dello Stato pontificio.

Fu così che, per la prima volta, il rappresentante di un piccolo Stato italiano aveva potuto levare la propria voce contro lo strapotere e il malgoverno austriaco, facendo prendere atto a tutti i plenipotenziari presenti, dell’esistenza di una questione italiana che avrebbe dovuto, presto o tardi, essere affrontata e risolta.

Questa mossa politica di Cavour ebbe, però, anche l’effetto di scoprire Virginia tanto che a Parigi cominciò a trapelare il vero motivo della sua presenza. Infatti, soprannominata in modo dispregiativo dalla nobiltà d’Oltralpe: “Notre Dame de Cavour”, si strutturò intorno a lei un sistema di spionaggio volto a controllarne i movimenti.

Virginia, comunque, sapeva di essere spiata dai servizi francesi e non si sentiva sicura. Ci furono anche dei tentativi di ucciderla oltre a congiure per screditarla e allontanarla dalla corte di Parigi. Per questo motivo girava da sola con appeso al collo un monile a forma di croce che era, in realtà, uno stiletto dissimulato in una guaina preziosa. Si diceva, persino, che anche nel fusto dell’ombrellino da passeggio che portava con sé, fosse nascosto uno stocco. Un bastone animato, dunque, di quelli che a quel tempo venivano usati dai gentiluomini e dall’alta borghesia secondo i principi del Bartitsu o della “Canne de Combat” della Savate francese.

Fu, tuttavia, con il fallito attentato a Napoleone III perpetrato dal carbonaro Felice Orsini nel 1858 che la situazione per la Contessa di Castiglione degenerò tanto che gli avversari della politica filo-italiana dell’Imperatore, capeggiati dall’Imperatrice Eugenia, ne approfittarono per insinuare che Virginia fosse direttamente implicata nel fattaccio.

Espulsa dalla Francia, “Nicchia” scappò a Londra, in quella stessa capitale dove Giuseppe Mazzini, che vi si trovava in esilio dal ’49, tentava di ostacolare la nuova politica del Piemonte e le iniziative di Cavour al fine di creare un’alternativa popolare e repubblicana del Risorgimento.

Anche da Londra Virginia continuò a svolgere attività di Intelligence finalizzata a raccogliere informazioni riservate sulla situazione politica inglese e sulla vera disponibilità degli inglesi verso l’indipendenza italiana.

Tuttavia, sarà solo con gli accordi di Plombières (1858) e la cessione di Nizza e Savoia all’ingordo sovrano francese che si ebbe, l’anno seguente, l’entrata in guerra della Francia al fianco del Piemonte contro l’Austria. Evento che verrà ricordato nella Storia nazionale come Seconda Guerra d’Indipendenza che si concluse, dopo quasi tre mesi, con l’armistizio di Villafranca. Questa decisione unilaterale della Francia venne vissuta da tutti gli italiani e, in particolar modo, da Virginia come un tradimento di Napoleone III.

Il crollo del Secondo Impero e il cinismo ingrato dei Savoia contribuirono, invece, alla definitiva scomparsa di Virginia dalle scene pubbliche. Iniziò così quel periodo d’Ombra fatto di rimpianti, lutti, mali fisici, ma soprattutto spirituali che a poco a poco spensero la sua natura solare portandola verso una morbosa attrazione per l’oscurità, “per l’ombra, per la notte sentita come quiete, invocato preludio dell’annullamento finale”. Questo carattere depressivo e malinconico, con una lieve tendenza all’occultismo di tipo spiritista, e le sue solitarie passeggiate notturne divennero celebri nell’immaginario collettivo. Tanto da affascinare persino Gabriele D’Annunzio che, ispirandosi alla Castiglione, creò nel romanzo “Il Fuoco” il suggestivo e spettrale personaggio della contessa Radiana di Glaneg.

Morì con un grande rimpianto: quello di non aver scritto la propria biografia. Merito, pertanto, va dato a Gabriella Chioma non solo per essere stata la prima biografa della Contessa di Castiglione in un mondo, spesso di detrattori, tutto maschile, ma soprattutto per aver finalmente scritto quel libro di verità e giustizia che Virginia avrebbe voluto tanto realizzare.

       Federico Prizzi

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