Post di Giampaolo Sordini – Pensieri e parole in libertà

La diga di Mosul, sul fiume Tigri, è alta 131 metri e lunga 3,2 chilometri, è il più grande serbatoio idrico artificiale dell’Iraq: ha una capacità di otto milioni di metri cubi di acqua ed è fonte di elettricità per 1,7 milioni di persone. Si trova in una zona molto pericolosa, al confine con il territorio controllato dai jihadisti dello Stato islamico.

La diga è rimasta danneggiata nei combattimenti dell’agosto del 2014, quando i peshmerga curdi, con l’aiuto dei bombardamenti aerei statunitensi, avevano riconquistato l’infrastruttura strategica. Per riparala il Governo Iracheno ha indetto una gara di appalto, una commessa di oltre due miliardi di dollari, vinta da una società italiana, il gruppo Trevi di Cesena.

Il “rapporto” fra Trevi e Iraq parte da lontano. Nel 2008, con Drillmec siglò un accordo con Iraqi Drilling Company per la fornitura di 6 impianti per la perforazione, per un valore di oltre 100 milioni di dollari. E nell’autunno del 2011, la società di Cesena era stata vicina alla conquista dell’appalto della diga di Mosul, che però, secondo alcune indiscrezioni di stampa, sarebbe poi sfumato… Solo quattro anni dopo il nome di Trevi rispunta nel contesto iracheno, quando gli Usa fanno sapere il loro apprezzamento per la disponibilità manifestata dal gruppo di Cesena per il consolidamento della diga di Mosul, attualmente pericolante e a costante rischio di crolli (fonte rainews.it).

Da qui la decisione del Governo Italiano di spedire un contingente militare al fine di garantire la protezione di tecnici e operai. Niente a che dire sul fatto, era ora che si facesse “sistema”, ma 450 militari, compresi di logistica, per difendere e pattugliare una struttura del genere sembrano pochi.

Quel che fa rabbrividire e che non si conoscono le “regole d’ingaggio”, cioè quelle regole che disciplinano la capacità di reazione ed autodifesa, attraverso le quali scaturisce la tipologia di armamento con la quale dotare il contingente…

I 450 si aggiungeranno ai 750 che già partecipano all’operazione “Prima Parthica”, dove istruttori e consiglieri militari italiani hanno il compito di addestrare le forze militari curde ed irachene nella lotta contro lo stato Islamico, ma è pur vero che trattasi di tipologia di “forza” differente, cioè no combat. E poi, su che tipo di appoggio aereo potranno contare? Attualmente sono schierati quattro Tornado con 140 uomini…

Una siffatta “operazione di protezione degli interessi economici nazionali” e la dichiarazione del Ministro della Difesa Pinotti che “non vanno a combattere ma solo a proteggere chi lavora” mi fa venire in mente un’altra operazione simile: la scorta antipirateria a bordo delle navi… tanto per parlar chiaro i due marò… “armiamoci e partite”…

 

Giampaolo Sordini

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